Author: Emanuela Longo
Photo: Corriere.it

La sfilata che tra le 64 in programma nel corso dell’ultima settimana della moda di Milano ha fatto più scalpore, è stata quella firmata Gucci. Le aspettative erano altissime e l’appuntamento milanese si è posto come l’occasione per presentare le novità del brand per la stagione autunno inverno 2018-2019. A Gucci è stata dedicata la seconda giornata della Milano Fashion Week e in vista del suo momento l’azienda si era distinta a partire dagli inviti che aveva mandato a ciascun suo ospite, ovvero un timer arancione. Su di esso l’indicazione del conto alla rovescia per l’inizio ufficiale della sfilata. Il tutto, inserito in una busta in plastica trasparente se segnalava il contenuto esplicito, mettendo in guardia i genitori. Qual era il riferimento?

Tutto trova un senso dopo aver assistito alla sfilata, allestita in una finta sala operatoria con tanto di lettini e lampade scialitiche. Le sedie sono quelle classiche delle sale d’aspetto, sullo sfondo di pareti di colore verde e i bip delle macchine tipiche delle sale operatorie.

Protagonisti, modelli e modelle che, in modo alquanto macabro, portavano con loro, sotto il braccio, teste decapitate che erano la riproduzione dei loro visi o finti cuccioli di drago e di serpente. A fare da contorno, maschere, passamontagna o veli intessuti di gioielli con i quali coprire il volto.

In riferimento allo stile, è stato quello classico che ritroviamo in tutte le sfilate di Alessandro Michele che dal 2015 caratterizzano le passerelle targate Gucci e che mescola senza mai sbagliare linee, disegni, accessori, tessuti di epoche e paesi diversi. Il significato intrinseco della sfilata choc lo ritroviamo nelle stesse parole di Michele che con la sfilata milanese ha voluto ribadire il lavoro dello stilista capace di tagliare, cucire, ricostruire materiali e tessuti usare per creare una nuova personalità.

Anche gli abiti che rappresentano le novità per la prossima stagione, sono destinati a rappresentare questa “allegoria del dover divenire”. Troviamo così vari codici presi da mondi diversi, dal copricapo sikh del tassista newyorchese a quello innuit, dal cappello tribale a quello rubato alla factory. Non solo cappelli però, ma anche felpe con i titoli di film cult e loghi, scarpe da montagna e sandali da tedesco con strass, completi di pizzo con l’iniziale dell’azienda, veli ricamati e maglioni cartoon.